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Autismo e CAA: cosa dice davvero la ricerca

Pubblicato il 22 settembre 2026

«Se gli diamo il comunicatore, poi non parlerà più.» Chi ha un bambino con autismo che parla poco o niente si è sentito dire questa frase almeno una volta. Da un parente, da un insegnante, qualche volta da un professionista. Ed è la ragione per cui tanti bambini aspettano mesi, o anni, prima di avere uno strumento per farsi capire.

La cosa strana è che su questa paura la ricerca ha una risposta chiara da quasi vent'anni. Qui raccontiamo cosa hanno trovato gli studi — quelli veri, elencati in fondo alla pagina — e anche dove la ricerca è ancora debole, perché chi vi promette risultati sicuri sta andando oltre quello che si sa.

In breve

Il comunicatore gli toglierà la parola?

No. Ed è la conclusione a cui sono arrivati tutti gli studi che hanno provato a verificarlo.

Il primo lavoro serio è del 2006. I ricercatori hanno raccolto tutto quello che era stato pubblicato in trent'anni sul rapporto tra comunicazione aumentativa e parlato, hanno tenuto solo gli studi fatti bene, e hanno guardato cosa era successo ai bambini uno per uno. In nessun caso il parlato era diminuito. La grande maggioranza aveva iniziato a dire qualche parola in più; una minoranza era rimasta uguale[1].

Due anni dopo la stessa domanda è stata fatta guardando solo i bambini con autismo: stesso risultato[2]. E nel 2021 un gruppo americano ha rifatto il lavoro da capo aggiungendo tutti gli studi usciti nel frattempo: ancora lo stesso risultato[3].

Una precisazione onesta: questi lavori si sovrappongono in parte, e i miglioramenti nel parlato che hanno trovato sono quasi sempre piccoli. Nessuno ha visto bambini diventare loquaci grazie al comunicatore. Quello che hanno visto è che la paura del peggioramento non ha riscontro. Per una paura che tiene un bambino senza voce per anni, è una cosa che vale la pena sapere.

«Non è ancora pronto»

La seconda cosa che si sente dire: prima di avere un comunicatore il bambino deve dimostrare di saper imitare, indicare, capire che un'azione produce un effetto. Finché non lo fa, si aspetta.

Nel 2022 un gruppo di ricercatori ha messo insieme 114 studi su bambini e ragazzi con autismo o disabilità intellettiva che avevano ricevuto un intervento di CAA, e ha cercato di capire per chi funzionava di più. Hanno confrontato per età, per diagnosi, per quante parole il bambino usava già, e per la capacità di imitare prima di cominciare. Risultato: poche differenze. Chi imitava e chi non imitava traeva beneficio in modo simile[4].

Non vuol dire che tutti i bambini vadano allo stesso modo: le differenze da uno all'altro restano grandi. Vuol dire che usare l'imitazione come biglietto d'ingresso non trova appoggio negli studi. È un'abitudine, non una regola dimostrata.

«Ha otto anni, ormai è tardi»

Su questo esiste lo studio migliore di tutti: una sperimentazione vera, con sorteggio, su 61 bambini tra i 5 e gli 8 anni che parlavano pochissimo. Tutti hanno ricevuto lo stesso intervento, basato sul gioco e sull'attenzione condivisa, due volte a settimana per sei mesi. L'unica differenza: metà lo ha fatto usando fin dall'inizio un dispositivo che parla, l'altra metà solo con la voce.

Il gruppo col dispositivo è andato meglio su tutto quello che è stato misurato: quante volte il bambino prendeva l'iniziativa di comunicare, quante parole nuove usava, e quanti commenti faceva. Non solo richieste, ma «guarda», «bello», «mio»[5].

Quest'ultimo punto merita attenzione. Molti sistemi, soprattutto quelli fatti in casa, permettono al bambino solo di chiedere: merenda, bagno, gioco. Nello studio, la parte cresciuta di più era proprio quella che quei sistemi lasciano fuori.

Il ruolo degli adulti fa la differenza

C'è una cosa che negli studi migliori torna sempre, e che nella pratica viene quasi sempre saltata: il comunicatore lo usano anche gli adulti. Il genitore, mentre parla, tocca il simbolo sul dispositivo. L'insegnante fa lo stesso. Il bambino vede usare la sua lingua, e la impara come qualsiasi bambino impara qualsiasi lingua: guardando chi la parla.

Una revisione del 2024 ha messo a confronto gli interventi con e senza CAA e lo dice chiaramente: gli interventi basati sul gioco funzionano, ma funzionano sensibilmente di più quando c'è dentro anche il comunicatore[6]. E tra i vari tipi di sistema, quelli a scambio di immagini e i dispositivi con la voce risultano i più efficaci[7].

Se il dispositivo lo deve usare solo il bambino, mentre tutti gli altri gli parlano soltanto a voce, viene usato a metà.

Quello che nessuno può garantirvi

Qui bisogna essere netti, perché in giro si promette troppo.

La revisione più severa che esista su questo tema, quella della Cochrane, accetta solo gli studi fatti con i criteri più rigidi. Sui bambini con autismo che parlano poco ne ha trovati appena due. E nell'unico che usava un sistema di CAA, i miglioramenti c'erano subito dopo l'intervento, ma a dieci mesi di distanza si erano persi[8]. Un'altra analisi, dedicata al sistema PECS, ha trovato buoni risultati nella comunicazione e risultati da piccoli a nulli nel parlato[9].

Quindi: la CAA è un buon modo per comunicare oggi. Non è una cura che fa parlare domani. Non fa danno, e su questo gli studi concordano. Ma chi vi dice «con questo parlerà» sta promettendo qualcosa che non è mai stato dimostrato. E quanto durino i benefici nel tempo, sinceramente, si sa ancora poco.

Perché tanti comunicatori finiscono in un cassetto

C'è un ultimo pezzo di ricerca che chiunque stia per comprare un dispositivo dovrebbe conoscere. Non riguarda l'efficacia, ma l'abbandono: perché tanti comunicatori, anche costosi, dopo qualche mese non vengono più usati. I ricercatori hanno raccolto le testimonianze di famiglie, insegnanti e terapisti, e i motivi che tornano sono sempre gli stessi[10]:

Guardate questa lista prima di guardare le caratteristiche tecniche. Un dispositivo potentissimo che a scuola nessuno sa accendere, o che parla con un accento che il bambino non riconosce, finisce nel cassetto. Uno più semplice che tutti sanno usare, no.

Da dove cominciare

Dal logopedista, o dal servizio che segue il bambino. La scelta del comunicatore è una decisione clinica, non un acquisto, e un dispositivo scelto senza valutazione è esattamente quello che finisce nel cassetto.

Chiedete che la formazione sia per tutti: genitori, nonni, insegnanti, educatori. Non solo per l'ora di terapia.

Se vi dicono di aspettare perché «prima deve imparare a imitare», chiedete su quali dati si basa. Con garbo, ma chiedetelo.

Provatelo prima. Chi lo accende la mattina? Cosa succede se cade? Chi lo aggiorna quando il bambino cambia classe? Sono le domande che decidono se tra sei mesi sarà ancora in uso.

Dove ci siamo noi

GARD è una sanitaria accreditata ASP a Molochio, in provincia di Reggio Calabria, e distribuisce ComuniCAA, un comunicatore in italiano che arriva già configurato e funziona anche senza connessione. Due delle cose che nella lista dell'abbandono pesano di più, la lingua e il non doverlo costruire da zero, sono il motivo per cui lo abbiamo scelto.

Il primo passo però è il logopedista che conosce il bambino, non noi. Gli studi qui sopra riguardano la CAA in generale, non un prodotto in particolare. Quello che possiamo fare è farvelo provare, spiegarvelo e seguirvi dopo, che secondo la ricerca è la parte che decide se funzionerà. Ci trovate in Via Provinciale 19 a Molochio, e rispondiamo anche su WhatsApp.

Questo articolo riassume studi pubblicati e non sostituisce un parere medico. Le fonti sono qui sotto.

Fonti

  1. Millar D.C., Light J.C., Schlosser R.W. (2006). Journal of Speech, Language, and Hearing Research, 49(2), 248-264. doi:10.1044/1092-4388(2006/021)
  2. Schlosser R.W., Wendt O. (2008). American Journal of Speech-Language Pathology, 17(3), 212-230. doi:10.1044/1058-0360(2008/021)
  3. White E.N., Ayres K.M., Snyder S.K., Cagliani R.R., Ledford J.R. (2021). Journal of Autism and Developmental Disorders, 51(11), 4199-4212. doi:10.1007/s10803-021-04868-2
  4. Ganz J.B., Pustejovsky J.E., Reichle J. e altri (2022). Augmentative and Alternative Communication, 39(1), 7-22. doi:10.1080/07434618.2022.2116355
  5. Kasari C., Kaiser A., Goods K. e altri (2014). Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, 53(6), 635-646. doi:10.1016/j.jaac.2014.01.019
  6. Pope L., Light J., Laubscher E. (2024). Journal of Autism and Developmental Disorders, 55(9), 3078-3099. doi:10.1007/s10803-024-06382-7
  7. Ganz J.B., Earles-Vollrath T.L., Heath A.K., Parker R.I., Rispoli M.J., Duran J.B. (2012). Journal of Autism and Developmental Disorders, 42(1), 60-74. doi:10.1007/s10803-011-1212-2
  8. Brignell A., Chenausky K.V., Song H., Zhu J., Suo C., Morgan A.T. (2018). Cochrane Database of Systematic Reviews, 11, CD012324. doi:10.1002/14651858.CD012324.pub2
  9. Flippin M., Reszka S., Watson L.R. (2010). American Journal of Speech-Language Pathology, 19(2), 178-195. doi:10.1044/1058-0360(2010/09-0022)
  10. Baxter S., Enderby P., Evans P., Judge S. (2012). International Journal of Language & Communication Disorders, 47(2), 115-129. doi:10.1111/j.1460-6984.2011.00090.x

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